Seconda parte.

Per chi avesse perso la prima parte, può leggerla cliccando qui.

Continuando su quanto già espresso nella prima parte, la motivazione facilita lo sviluppo delle abilità di cambiamento ed il cambiamento presuppone il passaggio da un livello di consapevolezza a un altro,… parole chiave come consapevolezza, volontà, apprendimento, competenze, apprendimento, fiducia, centramento e mediazioni, …

Iniziamo adesso ad entrare nella seconda parte, cui ne seguiranno altre 3, sulla Motivazione e sulla Leadership come fattori enzimatici di successo su cui intervenire investendo sempre.

Le tappe della crescita personale

Collegati alla scala evolutiva motivazionale assumono particolare importanza i sentimenti innati.

Sono consapevole che le conoscenze e le competenze rappresentino un valore basilare, ma da sole non bastano.

Le conoscenze sono l’insieme delle cose che le persone sanno, che hanno appreso durante la loro esperienza e formazione personale e professionale. Per definizione chi dice di avere raggiunto la qualità, in quel preciso istante l’ha persa, perché la qualità è un costante e continuo miglioramento.

Le competenze devono sempre essere ampliate ed in questo articolo io stesso ammetto di aver superato quel modello gestionale anacronistico meccanicistico aziendale, inefficace nel periodo di crisi che stiamo attraversando. Diversamente dalle competenze, le attitudini rappresentano invece il nostro modo di essere, i tratti della personalità, le capacità comportamentali, le predisposizioni e le inclinazioni naturali. Sono per la maggior parte innate, e per questo più difficili da acquisire, ma possono essere valorizzate.

Le attitudini sono importanti perché ci distinguono, ci caratterizzano, ci descrivono, ci suggeriscono quali sono le nostre potenzialità. Ecco quindi che la motivazione è la sola che ci spinge ad agire, a compiere determinate azioni, ad assumere un certo comportamento. La motivazione è una questione personale: o c’è o non c’è.

Alcuni prendono la motivazione dalle sfide, dalle stesse difficoltà, che invece affliggono e deprimono altri.

Secondo la psichiatra svizzera Elisabeth Kübler Ross, da anni trasferitasi negli Stati Uniti e conosciuta in tutto il mondo per la sua attività nell’ambito della psicologia del lutto, esiste un modello evolutivo che ci permette di comprendere le nostre motivazioni profonde e i nostri sentimenti più istintivi. L’essere umano da quando nasce a quando muore raccoglie esperienze che costituiscono il bagaglio cognitivo esistenziale che lo accompagna durante tutta la vita.

Le tappe fondamentali della crescita si possono sintetizzare principalmente in quattro fasi specifiche, come schematizzato nella figura sottostante.

Nel primo quadrato, l’essere umano nasce e cresce fino a 6 anni, dipendendo all’inizio totalmente, poi parzialmente, dai genitori e dalle figure di riferimento che lo accudiscono.

Sviluppa soprattutto la sua dimensione fisica, prende coscienza dei limiti e delle potenzialità del suo corpo, impara a controllare i bisogni fisiologici e l’apparato scheletrico-muscolare. È una fase in cui chiede di essere nutrito, pulito, accudito.

Se per qualche motivo ambientale, educativo o di altro genere, riceve troppi “no” alle sue richieste, incomincerà a conoscere la frustrazione come elemento preponderante della sua vita e penserà di non essere meritevole di gratificazioni. In questo periodo, il bambino sviluppa la capacità di avere fiducia in se stesso, negli strumenti che utilizza (pianto, sorriso, urla) e, se non riceve conferme, penserà di non essere capace: nella sua valigia esistenziale il primo peso a entrare sarà quindi la mancanza di fiducia in se stesso.

Nel secondo quadrato, dai 6 ai 12 anni circa, si sviluppa maggiormente la dimensione emotiva. Il bambino entra nel mondo della scuola, nella socialità dove ci si confronta, si compete, si viene giudicati. Si entra in relazione con l’altro sesso e si hanno le prime conferme/disconferme delle proprie abilità sociali.

Anche in questo caso, se le frustrazioni saranno preponderanti rispetto alle gratificazioni, il peso della bassa autostima si aggiungerà al bagaglio precedente.

Il terzo quadrato riguarda l’adolescenza e la giovinezza, approssimativamente fino ai 18-21 anni. In questa fase, la dimensione intellettuale viene enfatizzata. Il soggetto si confronta con i problemi di tutti i giorni, cercando le sue personali soluzioni e iniziando ad apprezzare la sua unicità. In questo periodo la creatività è l’abilità basilare, ma se la risposta del mondo al suo sperimentare è svalutativa, o addirittura censurante, egli abbandonerà ogni sforzo e si conformerà alle norme della maggioranza in modo acritico e passivo.

AI già pesante bagaglio, andrà ad aggiungersi il fardello dell’incapacità di espressione creativo-emotiva.

Il quarto quadrato è quello in cui soggiorniamo per la maggior parte della nostra vita e riguarda il nostro sviluppo personale. Dall’inizio dell’età adulta in poi, affermiamo, o per lo meno cerchiamo di affermare, i nostri valori, le cose in cui crediamo, le motivazioni che ci permettono di vivere bene o secondo i nostri desideri. Se, però, eventi quali un licenziamento improvviso, un lutto o un divorzio ci schiacciano e non siamo in grado di elaborarli, potremmo iniziare a mettere in dubbio i riferimenti secondo i quali abbiamo vissuto sino a quel momento.

Le cosiddette crisi esistenziali sono il risultato di questi periodi che, se ben vissuti, sono molto proficui. Ma se la frustrazione incombe, ciò che crolla è la nostra autorità interiore, cioè la chiarezza dei nostri parametri motivazionali.

I sentimenti innati

Alcune ricerche hanno stabilito che vi sono cinque sentimenti che si possono definire “innati”, che compaiono cioè fin dalla nascita in tutti i neonati di tutte le razze. Si tratta di paura, rabbia, gelosia, lutto e attaccamento.

Questi sentimenti sono espressi con gli stessi comportamenti non verbali fin dalla nascita.

Per esempio, quando proviamo paura le sopracciglia si aggrottano, gli angoli della bocca si contraggono e le spalle si alzano chiudendosi in avanti.

Man mano che cresciamo, impariamo a controllare la libera espressione di questi sentimenti e li distorciamo nel loro significato innato, causandoci non pochi problemi, o addirittura somatizzazioni pericolose e disturbanti, come schematizzato nella figura sottostante.

La paura affiora in tutte le situazioni nelle quali ci sentiamo minacciati o pensiamo che la nostra vita o quella di chi amiamo sia in pericolo.

L’obiettivo positivo della paura è dunque quello di metterci in uno stato di allerta che ci permette di proteggerci in tempo utile; è quindi alla base dell’istinto di sopravvivenza. Da piccoli, per esempio, la esprimiamo di fronte a suoni o gesti bruschi, ma dopo 10-15 secondi, se la causa dello stimolo cessa, ce ne dimentichiamo. Infatti, ogni sentimento innato ha una sua funzione positiva e, se liberamente sfogato, dopo pochissimo tempo viene dimenticato.

La società e le regole dell’educazione ci impongono, però, di adeguarci ai diversi contesti, spesso nascondendo agli altri l’espressione spontanea di questi sentimenti, a volte nascondendoli persino a noi stessi. Una paura inespressa porta a lunghi strascichi in cui ci sentiamo minacciati e stressati; l’ansia aumenta fino a trasformarsi in angoscia.

La rabbia è un’emozione intensa che ci spinge ad agire. L’obiettivo positivo della rabbia è dunque quello di costringerci a muoverci verso un traguardo per cambiare la situazione.

Non sempre però la rabbia si può sfogare, anzi soprattutto nei contesti professionali siamo portati a reprimerla. Questo porta spesso alcune persone ad accumularne talmente tanta da esplodere per un nonnulla.

La rabbia non espressa porta a una mancanza di espressione più generale, a una depressione, che se grave può avere esiti di difficile risoluzione.

La gelosia o invidia (envy in originale) si riferisce a quel meccanismo innato che fa sì che io voglia essere o avere le stesse cose dell’altro, perché non lo ritengo migliore di me.

Questo meccanismo ci spinge, se liberamente accettato ed espresso, a migliorarci, a crescere. Quindi è una spinta motivazionale molto importante. Nella nostra cultura, però, l’invidia è un sentimento deplorevole; fin da piccoli apprendiamo che non è bene volere ciò che è di altri. Ma una gelosia non espressa ha conseguenze sulle nostre motivazioni a crescere: ci neghiamo alcuni desideri e censuriamo le nostre piene potenzialità di espressione. Anche in questo caso, il risultato è una forma di depressione, questa volta però rivolta all’autosvalutazione, al vittimismo, alla vergogna per le proprie incapacità.

Insomma bassa autostima e scarso apprezzamento di sé.

II lutto è inteso come quel sentimento che ci assale quando perdiamo una persona cara, non solo in senso fisico attraverso la morte, ma anche in senso affettivo: un amico che si trasferisce lontano, un divorzio o una separazione dal figlio che, adulto, sceglie la sua strada.

Lutto è tutto ciò che riguarda il nostro senso d’abbandono e ha come obiettivo positivo il fatto che è motore di apprendimento. Infatti, quando perdiamo una persona per noi importante, dobbiamo imparare a farne a meno, a vivere con la sua assenza. Lo zelo della nostra società nel negare la morte spesso impedisce, in caso di lutto propriamente detto, lo sfogo dei sopravvissuti.

In questo modo, si blocca il processo d’elaborazione del lutto e il sopravvissuto dovrà affrontare l’incapacità d’accettazione per molto tempo. Così avverrà anche per tutti gli altri tipi di perdita, ad esempio per il pensionamento o il licenziamento. Un lutto inespresso porta a una forte carica autodistruttiva, a non voler più vivere, perché non si sopporta il mondo senza quella presenza.

Nei casi peggiori l’autodistruttività sfocia in dipendenza da sostanze varie (cibo, psicofarmaci o altro) e rende indispensabile un aiuto esterno. Ma vi sono comportamenti più sottilmente autodistruttivi, di cui anche chi ci sta più vicino fatica a rendersi conto, per esempio chiudersi in se stessi o rinunciare ai propri spazi.

Per attaccamento s’intende quello che più comunemente è definito come amore.

Amiamo i nostri figli e i nostri partner, ma se ci soffermassimo a riflettere, per quanto ci possa disturbare la cosa, scopriremmo che ci sono precise condizioni affinché il nostro amore possa continuare nei confronti di quella persona. Questo tipo di amore condizionato si definisce appunto “attaccamento”. Per esempio, amiamo nostra moglie o nostro marito sino a quando ci è fedele, amiamo i nostri amici sino a quando soddisfano le nostre “legittime” aspettative.

Se imparassimo dai bimbi ad amare, invece, vedremmo che la situazione è ben differente. Il neonato sorride e apre le braccia a chiunque, fino a quando impara che, per esempio, per ottenere nutrimento deve piangere o rivolgersi solo alla mamma, perché il seno appartiene a lei.

Col passare del tempo l’amore incondizionato non ha più la sua ragione d’essere e viene sostituito da precise richieste che, se soddisfatte, generano l’espressione della nostra affettività.

L’obiettivo positivo dell’attaccamento è la realizzazione dei nostri sentimenti e bisogni più intimi; è la socializzazione e la condivisione. Se però non ci permettiamo la libera espressione del nostro amore e usiamo parametri troppo rigidi rispetto alle nostre esigenze e aspettative; allora diventiamo un po’ aridi e non doniamo nulla di noi agli altri, siano essi i nostri figli o solo occasionali conoscenti.

Motivare se stessi nella realtà quotidiana

Ognuno di noi costruisce la propria realtà mentale attraverso valori, convinzioni, idee, focalizzando l’attenzione di volta in volta su molteplici fattori, alcuni dei quali sono prioritari.

Durante le attività quotidiane, siamo bombardati da mille e più informazioni, ma non riusciamo a registrarle tutte consciamente. Così impariamo a filtrarle e a passarne alcune alla mente conscia, lasciandone altre nell’inconscio, dove costituiscono comunque, come abbiamo visto in precedenza, una modalità per costruire o influenzare le nostre mappe cognitive.

Come parte del nostro sistema, l’inconscio lavora per il bene dell’intero sistema e, in quanto esseri umani, il nostro sistema si assesta su uno stato d’equilibrio omeostatico.

L’inconscio non rilascia facilmente informazioni se la nostra parte conscia non è ancora pronta ad accettarle; è dunque salutare creare un flusso fra la nostra parte conscia e la nostra parte inconscia.

Per Polany, esistono diverse vie all’apprendimento: possono essere pratiche e teoriche, rivolte al conoscere cosa e come, specialistiche e intercorrelate. Egli usa l’esempio del volto tra la folla: siamo consapevoli dell’interezza del corpo di una persona anche se vediamo solo una parte del suo viso tra la folla. Un’informazione specifica dà accesso a un’informazione globale, seppur inconscia. In questo senso, egli propone una visione olografica dell’apprendimento.

Polanyi riporta un esperimento in cui ad alcuni studenti venivano mostrate delle sillabe, alcune delle quali erano associate a una leggera scossa elettrica che veniva avvertita inconsciamente. Quando le sillabe associate alla scossa elettrica venivano riproiettate, gli studenti si sentivano a disagio, ma non sapevano perché. Questo dimostra che a seconda di dove poniamo l’attenzione e a cosa diamo significato, avviene in noi un apprendimento conscio o inconscio.

Mezirow definisce la costruzione di significati come quel processo con il quale un oggetto o un evento che abbiamo preventivamente interpretato tramite la proiezione di modelli simbolici, in accordo con le nostre abitudini viene riconosciuto e quindi appare nuovamente nella nostra esperienza. La nostra attenzione viene posta a livello sia conscio, sia inconscio.

Ognuno di noi, come abbiamo visto, utilizza delle mappe mentali per classificare le conoscenze: esse rappresentano la nostra percezione di mondo.

Si tratta quindi di un circolo vizioso; poniamo la nostra attenzione su ciò che ci interessa, ciò che ci interessa dipende dalle nostre mappe mentali, le nostre mappe mentali sono il risultato di comportamenti frequenti, di abitudini.

Com’è possibile cambiare allora?

La consapevolezza è l’inizio di un possibile cambiamento, ma esso deve avvenire a livello sia conscio che inconscio. Il cambiamento è un processo d’apprendimento ed è fondamentale quanta partecipazione c’è da parte dei soggetti negli obiettivi del cambiamento.

Sia a livello personale che nell’ambito delle dinamiche di gruppo, non può esservi cambiamento se non si pongono obiettivi consapevoli e condivisi. La volontà è il punto d’incontro fra emozione e interazione razionale.

Inoltre, l’obiettivo che ci poniamo deve essere allineato, cioè congruo, con i valori che portiamo avanti.

Gli obiettivi sono delle mete e attraverso queste possiamo sviluppare il cambiamento.

Meta-apprendimento

Meta-apprendere significa stare al di sopra del razionale e dell’intuitivo, è l’abilità di mettere noi stessi al di fuori di noi stessi: osservarsi dall’esterno con una forte volontà di cambiare, essere in grado di apprendere con flessibilità superando i vecchi modelli.

La capacità di meta-apprendere è legata a due fattori: l’abilità di verificare il nostro apprendimento da più punti di vista e come ci poniamo nei confronti dei nostri limiti, quindi come cerchiamo di superarli. È la meta che determina l’apprendimento.

È la meta che determina la motivazione, il cambiamento.

Sicurezza

La sicurezza, prerequisito fondamentale per ogni tipo di apprendimento e cambiamento, è correlata alla fiducia. Ogni apprendimento sistemico è basato sull’instaurarsi della fiducia nei confronti delle proprie abilità e capacità; un modo per consolidare questa fiducia è creare un ponte fra conscio e inconscio. In questo, come vedremo, la motivazione è fondamentale.

Maslow puntualizza l’importanza della sicurezza nel processo d’apprendimento e Knowles evidenzia che soltanto esprimendo liberamente noi stessi possiamo imparare ad essere noi stessi.

Sentirsi sicuri è uno stato d’animo: possiamo dunque consapevolizzare solo l’emozione che associamo alla sicurezza, componente fondamentale della motivazione.

Motivazione e apprendimento

I tre principi costitutivi dell’apprendimento adulto sono:

  • la partecipazione responsabile e autonoma di ciascuno alla propria formazione;
  • la motivazione e l’automotivazione quali motori di sviluppo personale;
  • la ricerca di una continuità tra i differenti ruoli che un individuo deve assumere quotidianamente.

È indubbio che tutti noi possiamo essere al tempo stesso, figli, padri, mariti, datori di lavoro, clienti, dipendenti, amici, avversari ecc…

È indubbio che quello che ci spinge verso un risultato è la nostra motivazione e sempre più spesso l’automotivazione e le nostre responsabilità verso una formazione che è sempre più individuale e centrata sui nostri bisogni.

Alcune caratteristiche della motivazione nell’ambito dell’apprendimento sono:

  • l’apprendimento dell’adulto si focalizza sui problemi concernenti i bisogni individuali della vita corrente; gli adulti sono maggiormente motivati a imparare in quelle aree rilevanti per i loro bisogni di sviluppo, riguardanti i loro ruoli sociali;
  • quando l’insegnamento dell’adulto è basato sui problemi personali di ogni singolo partecipante, la soluzione a quei problemi deve provenire da una propria personale valutazione, cioè deve essere allineata e deve essere congruente con i propri valori, le strategie e lo stile di vita.

La motivazione e l’automotivazione sono mirate al raggiungimento dell’autorealizzazione, dell’autostima e dell’empowerment, fattori riconosciuti dal sistema organizzativo quali indispensabili stimolatori di crescita personale e sviluppo professionale.

Quattro dimensioni inerenti all’apprendimento e gli aspetti motivazionali sono elencate di seguito:

  • il riconoscimento della malleabilità della persona, che in sé è unica e irripetibile; l’apprendimento adulto è un processo continuo di sviluppo che ha la finalità di fare emergere le potenzialità presenti in ognuno di noi;
  • il necessario adeguamento determinato dalla società industriale avanzata; il cambiamento diventa una realtà irrinunciabile della società contemporanea;
  • la capacità di progettare, in uno spirito democratico, forme sociali sempre più a misura d’uomo con la diffusione di un’azione formativa specifica da parte dei corpi sociali; in quest’ottica l’impresa, in quanto fondata sull’imprenditorialità e sul lavoro umano, ne è l’espressione;
  • il fatto che sia imprescindibile, all’interno del processo di democratizzazione della società, il tema della cultura quale espressione del bisogno di autenticità presente in ogni uomo.

Secondo la teoria dell’apprendimento di Knowles gli adulti imparano quando:

  • i contenuti proposti loro sono rilevanti; oltre a trasferire sapere si formano complete capacità;
  • il clima e l’atmosfera sono a supporto e non valutativi;
  • si sentono impegnati nei confronti della loro crescita personale e del loro apprendimento;
  • conoscono il contesto del nuovo apprendimento;
  • tutti i loro sensi sono stimolati;
  • ricevono un feedback costruttivo, riflessivo o valutativo;
  • apprendono con il loro ritmo e sono rispettati nelle loro differenze.

Continua con la terza parte, cui seguiranno la quarta, la quinta e la sesta e ultima parte.